Crocifissione

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Autore: Aert Mytens (Bruxelles, 1541- Roma, 1601)

Titolo: Crocifissione

Data: 1599-1600

Collocazione: San Bernardino, parete destra del coro (già sul retro dell’altar maggiore di Orazio Valla)

Stato di conservazione: buono

Tecnica e materia: Olio su tela

Iscrizioni:
“VERE FILIUS DEI ERAT ISTE”: Egli era il vero figlio di Dio

Descrizione

La grande tela, attualmente inserita all’interno di una cornice in stucco sulla parete destra del coro, si presenta in buone condizioni di conservazione, non avendo subito gravi danni nel corso del terremoto del 2009 ed essendo stata sottoposta ad un minuzioso restauro nel 2017. L’intervento di restauro si è configurato come importante momento conoscitivo, dando la possibilità – unica, vista la collocazione – di osservare l’opera da una distanza davvero ravvicinata, cosa che ha svelato l’inusitata sottigliezza della tela e la pochezza della pittura utilizzata. Si è anche scoperta l’errata collocazione dei due spigoli superiori della tela (accanto al sole ed alla luna) che, forse per un primo taglio eccessivo nel corso della nuova collocazione, erano stati riposti nell’ordine inverso. Nel corso del restauro sono peraltro venuti alla luce frammenti di affreschi – attualmente nuovamente celati dalla ricollocazione della grande tela – raffiguranti decorazioni aniconiche ed una figura in cui si potrebbe forse riconoscere un San Girolamo.

Precedentemente, il Calvario doveva occupare, in senso orizzontale, il retro dell’altare realizzato da Orazio Valla a fine Cinquecento. Al di sopra, dovevano trovarsi il Padre Eterno, riconoscibile in quello posto nella volta in stucco del coro, e verosimilmente una Colomba dello Spirito Santo, non pervenuta.

L’esecuzione si deve al pittore belga Aert Mytens – detto in Italia Rinaldo Fiammingo – già autore all’interno della basilica di altre due opere per l’altare – L’ Adorazione dei Magi (L’Aquila, MUNDA) e La Circoncisione (L’Aquila, MUNDA) – e di una plausibilmente per la cappella del Terz’Ordine – La Madonna con il bambino, Santa Elisabetta d’Ungheria e un donatore (L’Aquila, MUNDA) – tutte attualmente musealizzate.

Come testimoniato dal documento di allogagione, redatto dal notaio Angelini, la commissione risale al 29 novembre del 1599, mentre il pagamento risulta confermato già a dì 2 ottobre del 1600. Una realizzazione estremamente rapida quindi, ragione questa che spiega con tutta probabilità imprimitura particolarmente magra e la sottigliezza degli strati pittorici. Per quest’opera Mytens si recò personalmente a L’Aquila, a differenza della precedente commissione per le altre tele d’altare, portata avanti a distanza, e che vide l’arrivo in basilica da Napoli delle opere già compiute. La realizzazione avvenne peraltro, come testimoniato dal biografo Van Mander, in assenza di ponteggi, ma su una semplice scala.

Il momento raffigurato è quello culmine della Passione, reso mediante un variegatissimo teatro di affetti; i numerosi personaggi si accalcano, con gli atteggiamenti più vari, attorno all’evento centrale, quasi tutti i loro sguardi rivolti al figlio di Dio. Il Cristo viene ulteriormente messo in risalto dallo squarcio delle nubi – che quasi seguono il profilo dei bracci della croce – da cui filtrano lievi bagliori di luce livida a scolpirne il corpo. Proprio l’abilità del pittore fiammingo nella resa delle anatomie – esaltata dal gusto aneddotico del Van Mander, poiché punto debole dei suoi conterranei – emerge soprattutto nella contorsione del corpo crocifisso sulla destra, quasi artificio virtuosistico nel gusto di una posa complessa. I volti femminili sono quelli tipici del Mytens, dalla carnagione diafana, ravvivata da tocchi di rosso in corrispondenza delle gote e delle labbra, e dalle orbite oculari particolarmente in rilievo. Pure tipici del pittore, i bizzarri pennacchi e turbanti che incorniciano fisionomie ed espressioni al limite del grottesco.

Senza dubbio il Nostro dovette ricorrere ad aiuti per la realizzazione di una tela dalle dimensioni tanto importanti, e forse almeno due sono le mani che si aggiunsero alla sua e che possono essere distinte guardando l’opera. In una di queste potrebbe supporsi il genero Barent van Someren, attivo pure a L’Aquila e certamente fonte principale per il Van Mander riguardo il periodo maturo del Mytens, di cui infatti abbiamo alcune informazioni dettagliate nella breve biografia.

La Crocifissione è stata spesso letta in relazione alla tela più nota del Mytens, il Cristo deriso (Stoccolma, Nationalmuseum), considerandola come il necessario preambolo, o passaggio intermedio, verso un tenebrismo ed un uso della luce di gusto caravaggesco.

Da sottolineare c’è, però, anche l’eventualità che le tonalità scure siano nient’altro che un desiderio di porsi in linea con quanto affermato dalle Scritture, le quali narrano del subitaneo inscurimento del cielo al momento della crocifissione. Proprio la sopracitata chiarezza e luminosità intrinseca di alcuni volti ricorda infatti le precedenti opere di gusto baroccesco.

Notevole fu la fortuna di quest’invenzione a L’Aquila, testimoniata da tre copie pervenute, ma anche da altre due Crocifissioni di autori anonimi oggi al MUNDA che, se pure non altrettanto pedissequa, dimostrano pure l’influenza del Mytens.

Tra le copie, una è nelle collezioni del Museo Nazionale d’Abruzzo e – considerata a lungo bozzetto della tela bernardiniana – andrebbe riferita ad un’altra mano, leggendola piuttosto come un d’après e riconoscendola come l’opera proveniente da Santa Maria Paganica.

La seconda copia si trova in Santa Maria delle Grazie a Calascio – in una collocazione che ricalca precisamente la prima sistemazione dell’originale in San Bernardino – dunque sul retro di un altare a diaframma, con un Padre Eterno ed una Colomba.

Infine, l’ultima delle tre risulta di ubicazione attualmente non nota.

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